ARTIGNAGA

 

PASTORI E MINATORI NEL MEDIOEVO


L’alpe Artignaga (Artignaga) compare per la prima volta in un documento del 4 luglio 1185, nel quale è indicata come confine meridionale dell’alpe Isolà (Asolata), che i signori de Montegrando (di Mongrando) concedono in affitto agli abitanti di Mosso, Mortigliengo e Veglio.

È possibile che la prima scoperta dei giacimenti minerari di Costa l’Argentera sia avvenuta proprio a opera di pastori che accompagnavano la transumanza del bestiame. L’abbassamento del limite superiore della foresta, che è normale conseguenza dell’attività pascoliva, può infatti avere contribuito a mettere in evidenza i limitati affioramenti superficiali dei giacimenti, sui quali si sono sviluppati i primi lavori estrattivi.

Il 14 maggio 1294 il sindaco di Mortigliengo (Mortiliano) indica Artignaga al sindaco di Andorno (Andurno) come confine delle alpi Valdescola e Concabbia in alta valle Cervo.

Il 25 maggio 1349, il comune di Mosso (Moxo), rappresentato dal sindaco e dal console, compila una dichiarazione di tutti i beni che ha in affitto dalla chiesa vescovile di Vercelli, tra i quali compaiono le alpi Artignaga, Montuccia (Montucia) e Isolà. Il prezzo annuo convenuto per le prime due è una libbra di cera, per la terza 18 Soldi pavesi.

I documenti medioevali coinvolgono soggetti eterogenei e presuppongono ripetuti cambiamenti di giurisdizione, di cui non si conoscono i dettagli. Essi testimoniano gli inizi di un sistematico interesse per le risorse della media montagna, portato avanti, in modo ancora sperimentale, da diversi enti in più o meno aperta competizione economica e politica tra loro. Le due principali attività a cui i testi alludono sono l’alpeggio e l’estrazione mineraria, caratterizzate entrambe da una stagionalità, indotta dalle condizioni climatiche, che ha riflessi sul popolamento.


 

Petroglifo confinario in cresta tra Quittengo e l’isola amministrativa di Mosso in alta val Sessera (inizio del XIX secolo)